Vorrei che diventassero cittadini del mondo

silvia enrico e marco maggio 2015

15 settembre. Compleanno del Toparco, il quarto. Per me è, da tre anni a questa parte, giornata di riflessioni. Sul suo crescere, sul nostro essere famiglia. Sul nostro viaggiare e divertirci insieme. Quest’anno sarà un compleanno speciale. Non perché ha voluto -e gli ho comprato- gli addobbi di SpiderMan. Ma perché sarà il suo ultimo compleanno da figlio unico. Il 23 ottobre, infatti, è prevista la nascita di Giacomo.

Giacomo sarà uno sportivo. Lo sento da come si muove -tanto, ma più delicatamente del fratello- in pancia. E anche perché la sua prima settimana bianca se l’è già fatta. Io non sapevo di essere incinta, ma la grande stanchezza pomeridiana che avevo a Corvara non derivava dal troppo sciare, bensì da questa piccola vita che si stava annidando dentro di me.

Come il fratellone, anche a lui sono toccate un paio di saune. Che poi, avrò fatto dieci saune in vita mia. E tre su dieci ero incinta. Come ha detto la mi’ mamma: “Meglio. Così sei sicura che abbia attaccato bene”. Non ci son dubbi su quello, oramai.

Due figli maschi. Da quando io e Enrico ci siamo sposati e siamo venuti ad abitare in questa casa, non so perché ma me li son sempre immaginati così. Due maschi. Abbiamo un gradino di una decina di centimetri che separa la zona giorno dalla zona notte e mi son sempre figurata a dare le mie disposizioni da bersagliera ai figlioli -che ho sempre immaginato due, maschi ed alti, chissà perché proprio alti!- sul gradino, per guadagnare un minimo di autorità che invece il mio fisico mi fa perdere.

E ora sono qui. Con una voglia matta di vedere il piccoletto. Prima di tutto per verificare che sia sano, che è l’essenziale. E poi anche per vedere se assomiglia al suo fratello, che ha rubato i colori (occhi chiari e capelli biondi) a chissà quale bimbo al mondo.

Ieri sera osservavo Marco dormire, nella sua cameretta che sarà la loro cameretta. Con la mia abatjour accesa sotto il suo letto, perché così è sereno e non ci viene a svegliare a metà nottata. Tanto ci pensa il fratellino a svegliarmi e tenermi arzilla per un po’. Ormai è così dall’inizio dell’ottavo mese e mi sa che sarà così finché nasce. Mentre lo guardavo -e guardavo il mio pancione- ho parlato loro col pensiero (sono abituata: fino a che non ho iniziato ad andarci con lo smartphone, al gabinetto parlavo con Dio!).

Le poche volte che mi sono trovata in macchina da sola, con Giacomo in pancia, mi è piaciuto parlargli. Con Marco lo facevo sempre, anche quando camminavo con lui nel mio pancione; invece tra me e Gacomo, con me e Giacomo, c’è sempre Marco. Credo sia una grande fortuna nascere ed avere già un fratello. Io sono figlia unica, ma in realtà mia madre ha partorito tre maschi troppo prematuri, prima di fare me. Sono sempre stati i miei amici immaginari. Pensavo tanto a loro da bambina, per fuggire alle regole soffocanti di mia madre. Quello che dico sempre a Marco è che sto lavorando al regalo più bello che io ed il suo babbo potessimo fargli: un fratello.

Ma dicevo delle mie chiacchiere con Giacomo. Inizio sempre dicendogli che sono felice che stia arrivando nella nostra famiglia. E che lui deve essere felice per trovarsi proprio con noi, perché io, Enrico e Marco siamo una famiglia divertente. O, almeno, così ci sentiamo (almeno io ed Enrico, Marco forse trova più divertenti i suoi compagni di gioco!). Devo dire che io mi diverto principalmente quando sono in giro. E dall’estate scorsa a quando ho fatto il test di gravidanza ci abbiamo dato davvero dentro coi giro e coi viaggi, compatibilmente con le nostre limitate possibilità di ferie: i Balcani in estate, poi il raduno dei Trippandos a Sarteano, Rovereto e Trento a novembre, la settimana bianca a Corvara a febbraio. Sì, davvero dei bei viaggi, dei momenti di allegria che ho condiviso con due compagni di avventura che tanto amo, anche se sono tanto diversi da me. E pure diversi tra loro.

Da quando so di essere incinta, mi sono dovuta fermare. Ci siamo fermati tutti. Mi è dispiaciuto per Marco, che diverse volte, in questi mesi, mi ha chiesto dove andavamo in vacanza, o quando montavamo sull’aereo o su un traghetto. O, semplicemente, quando prendevamo l’autostrada. Lui associa il viaggio non alla meta, ma allo spostamento. Mi è dispiaciuto dovergli dire che fino a che non sarà nato il fratellino dovremo restare a casa. È stato così anche quando aspettavo lui. Ci rifaremo.

Intanto, ho iniziato a pensare ai prossimi viaggi. Diciamo che ne ho pronti, da mettere al vaglio del consorte, almeno per i prossimi quattro anni.

E poi ho preso un vizio: ogni volta che si parla di un posto nuovo con Marco, mi viene sempre da dirgli “poi mamma vi ci porta”. Sì. Vorrei girare tanto con questi due bambini (ed il consorte, of course!). Vorrei far conoscere loro tanti pezzi di mondo che nemmeno io ho ancora visto. Vorrei metterli in contatto con realtà diverse dalla nostra. Realtà più difficili, affinché capiscano attraverso i loro occhi che nel mondo c’è chi sta peggio di noi e deve essere aiutato. Ma anche realtà di gioco, di divertimento. Vorrei portarli lungo la Route 66, per visitare Radiator Springs, dove si svolge gran parte del cartone animato Cars. Vorrei portarli non solo a vedere posti, ma ad incontrare gente. Io ed Enrico, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo orientato i nostri viaggi più verso l’incontro che verso l’osservazione. È stata un0’evoluzione naturale del nostro andare, forse aiutata dal viaggiare con un bimbo biondo che è sempre stato vivace e simpatico a molti.

Vorrei far far loro vacanze in tenda, che Marco mi chiede già da un po’. Vorrei percorrere in bici il corso del Danubio, almeno nel percorso da Vienna a Belgrado. Vorrei portarli in camper a Capo Nord. E poi a vedere la Muraglia Cinese. Vorrei farli incontrare coi bambini di tutto il mondo, per far veder loro come è il mondo e com’è la gente.

Vorrei che diventassero cittadini del mondo. Bambini senza frontiere e senza pregiudizi. Bambini sereni e curiosi.

Vorrei che percepissero il nostro amore: quello mio declamato cento volte al giorno e quello del restìo consorte, che di parole ne dice sempre poche.

Vorrei che fossero sani e, subito dopo, che fossero due persone serie ed oneste.

Mi fermo qui. Tanto so già che quando vedrò Giacomo per la prima volta cinsarà di nuovo un fluire di parole.

Buon compleanno Toparchino mio. E te, Giacomo, stai ancora lì un altro po’. Io prometto di stare a riposo, ma te cala il ritmo delle contrazioni!

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